Il
fenomeno di uniformità della lingua, fu osservato da molti
studiosi di glottologia uno di questi fu il tedesco Gerald Rohlfs che scrisse “ esiste nell’isola un dialetto unitario”.
Le differenze che si possono notare nel lessico derivano quasi eslusivamente
dalla presenza più o meno di avanzi del greco e dell’arabo.
Il lessico latino presenta in tutta l’Isola una uniformità
che raramente si trova nelle altre regioni d’Italia.
Tutto ciò
non significa che la lingua siciliana di oggi, si formò
tutta nello stesso tempo, anche se buona parte (quella più
antica) è stata per sempre persa.
Le lingue sono sempre
in movimento; e come in qualunque cosa il processo di evoluzione
è sempre presente. La lingua siciliana è una lingua
stratificata.
Pietro da Eboli , monaco poeta e medico , vissuto nella seconda metà del XII secolo alla corte sveva, scrisse "Panormus, urbs felix, trilingue dotata", definendo i siciliani trilingue,
(perchè parlavano tre lingue) il Greco, l'arabo ed il
Latino. Più tardi con l’arrivo dei Normanni abbiamo anche il
Francese che si mescola alla nostra lingua già tanto complicata.
Con la fine della
dinastia Normanna il regno di Sicilia passo agli Svevi e Federico
II, (chiamato “Stupor Mundi”, per il suo grande
ingegno di uomo politico scienziato e letterato), non solo aggiunse
parole tedesche al nostro vocabolario (non molte comunque), ma
per lottare contro la religione Islamica
che si era a suo tempo diffusa nell’isola, da cristiano
che era, cominciò un programma di rivitalizzazione della
lingua Latina per tutta la Sicilia e la bassa Italia.
Per questa ragione la lingua siciliana perse la rimanenza delle
forme del Latino antico e acquistò quelle del latino ecclesiastico
che era un Latino più giovane, rendendo la lingua siciliana
più elegante e più piacevole come suono.
A quel
tempo il Greco era ancora usato nell’isola, tanto che quando
Federico II° pubblicò “Le costituzioni Melfitane”
ha dovuto pubblicarle anche in greco, poiché il latino
quasi non esisteva più, dopo tanti secoli di assenza.
Il processo di rilatinizzazione,
cominciato da Federico II, durò fino al secolo XIV, poiché
un’altra dinastia, quella Aragonese era venuta in Sicilia.
Con la seguente dominazione Spagnola, un altro strato di vocaboli
si aggiunge alla lingua siciliana, vocaboli che ancora oggi persistono.
Con l’unificazione
d’Italia e l’imposizione della lingua Italiana ai
Siciliani, un altro vocabolario venne messo al di sopra di tutti
gli altri, e non è tutto, poiché in Sicilia dopo
l’occupazione Americana del 1943 alcuni americanismi si
aggiunsero alla lingua.
La lingua Sicano-Sicula
di tre mila anni fa fu influenzata:
1) Dai Greci, VII
secolo a.C., e di cui ancora usiamo abbastanza parole, come: |
Alcuni elementi di grammatica siciliana
Premessa: tutto ciò che verrà di seguito detto, è approssimativo, perchè deriva dalla lingua parlata e non da un testo di grammatica.
1.Vocali al termine di una parola
Molto spesso le parole italiane che terminano con e (es: pane, sole, cane, dottore) in siciliano terminano con la i (pani, suli, cani, dutturi).
Quelle che invece in italiano finiscono per o (es: solo, vento, mondo) in siciliano terminano con la u (sulu, ventu, munnu).
Molto frequente è la desinenza a del plurale dei nomi, forse derivante dal neutro latino (es: du fila pasta - lett. due fili di pasta, un chilu di puma - un chilo di mele).
2.Gruppi di consonanti
Il gruppo italiano glio, glia, gli al termine delle parole si traduce con gghiu, gghia, gghi; Es: figlio - figghiu, maniglia - manigghia, scogli - scogghi.
La doppia L al centro di parola viene spesso tradotta con la doppia d. Es: agnello - agneddu. La pronuncia del gruppo "dd" è tipica siciliana.
La b ad inizio parola viene a volte cambiata in v. Es: barca - varca, bue - vui. Fanno eccezione sempre vita, vostra, vero ed altri.
Il gruppo italiano nd si cambia generalmente in una doppia n nn. Es: mondo - munnu, grande - ranni.
La f ad inizio parola spesso viene cambiata in c (pron. sc). Es: fiume - ciumi, fiore - ciuri.
La pronuncia del gruppo "str" in siciliano è particolare e non è facilmente spiegabile.
3.Articoli
L'italiano "il" in siciliano si rende con "lu"/"u"; l'articolo femminile "la" si trasforma in una semplice "a". "Gli" si cambia invece in i.
4.Particolarità verbali siciliane
In siciliano non si usa il futuro, che comunque esiste in una forma molto antica. Il futuro italiano si traduce semplicemente con il presente. Es: "Domani andrò là" diventa "Dumani vaju 'ddà"
Il condizionale in siciliano non esiste e si rende con un altro congiuntivo con valore condizionale, specialmente nei periodi ipotetici. Es: "Se non piovesse, io ci andrei" diventa "Si un chiuvissi, io c'issi".
In siciliano non esiste il verbo dovere. La frase "Io devo andarci" si traduce con "Io c'aju a 'gghiri" cioè il verbo dovere è sostituito dal verbo avere tipo "Io ho da andarci"
· Presente indicativo di qualche verbo importante
essere: Io sugnu, tu sì, iddu è, nui/niatri semu, vui/viatri siti, iddi sunnu.
avere: Io aju, tu hai, iddu avi, nui/niatri avemo, vui/viatri aviti, iddi hannu.
andare: Io vaju, tu vai, iddu va, nui/niatri emo, vui/viatri iti, iddi vannu.
venire: Io vegnu, tu veni, iddu vene, nui/niatri vinemu, vui/viatri viniti, iddi vennu.
dare: Io rugnu (dugnu), tu rune (dune), iddu runa (duna), nui/niatri ramo (damo), vui/viatri rate (date), iddi runanu (dunanu).
potere: Io pozzu, tu poi, iddu pò, nui/niatri putemu, vui/viatri putiti, iddi ponnu
Note
Le stratificazioni linguistiche del dialetto siciliano fanno fede della travagliata storia del popolo che l'ha parlato attraverso i secoli e che lo ha innalzato a dignità di lingua, iniziando la letteratura italiana alla corte palermitana di Federico II nel tredicesimo secolo, e producendo insigne opere d'arte, quali le liriche di Giovanni Meli nel Settecento, tradotte anche dal Goethe e dal Foscolo; e i sonetti di Nino Martoglio nell'ultimo ottocento, onde il Carducci nel 1899 scriveva: "Nessuno ha il diritto di dirsi letterato che non conosca il linguaggio del Meli, e in esso linguaggio i sonetti del Martoglio".
E se pensiamo che in siciliano scrissero persino Giuseppe Antonio Borghese, che tradusse in dialetto “La figlia di Jorio” di Dannunzio, per farla recitare agli attori della compagnia siciliana di Giovanni Grasso, e Pirandello, che in siciliano scrisse originariamente commedie di altissimo livello come “Liolà” e “Il Berretto a sonagli” (a birritta cu li ciancianeddi), e vi riscosse i primi applausi della sua eccezionale carriera di drammaturgo.
Conoscendo tutto questo comprenderemo meglio la validità di questa lingua suggestiva, che esprime così efficacemente l'unità spirituale del popolo siciliano attraverso i secoli.
Un popolo che è venuto a contatto con le diverse civiltà mediterranee, accogliendole in sé e assimilandole, pur senza mai perdere la caratteristica individualità del "tipo siciliano".
È la validità del linguaggio siciliano attraverso i secoli ci apparirà ancora più chiaramente se ricorderemo che esso, lungo il quattordicesimo secolo, fu relativamente autonomo dal toscano e costituì un vero e proprio tentativo di lingua nazionale italiana, come è stato dimostrato da Bruno Migliorini nella “Storia della lingua Italiana” (Milano 1951, p.185)
|